Con il Decreto legge 25 del 17 marzo 2017 (in procinto di conversione) è stata abrogata, con un colpo di spugna, tutta la disciplina del lavoro accessorio contenuta negli articoli 48, 49 e 50 del Decreto legislativo 81/2015. Un brusco freno all’abuso che soprattutto le imprese ne avevano fatto negli ultimi tempi ed al referendum promosso dalla Cgil, ma di riflesso anche una penalizzazione per quei soggetti, in primis privati e famiglie, che facevano ricorso ai voucher in modo genuino facendo emergere dal “nero” prestazioni effettivamente a carattere occasionale (si pensi a lezioni private, piccoli lavori di giardinaggio). Anche se i buoni-lavoro acquistati prima del 17 marzo potranno essere utilizzati fino al 31 dicembre 2017 “nel rispetto delle disposizioni in materia di lavoro accessorio previste nelle norme oggetto di abrogazione” (così recita un non felicissimo comunicato del Ministero del lavoro considerato che è stata abrogata anche tutta la disciplina sanzionatoria del “vecchio” lavoro accessorio), il vuoto creatosi improvvisamente per famiglie e imprese si appresta ad essere colmato dal legislatore presumibilmente con una doppia misura: una per i soggetti privati grazie ad uno strumento simile a quello dei voucher; una seconda per le imprese tesa soprattutto ad allargare le maglie del già esistente lavoro intermittente (il rapporto di lavoro viene regolarmente denunciato agli enti, con la possibilità però per il datore di servirsi dell’attività del lavoratore solo all’occorrenza e previa una semplice comunicazione di utilizzo da inviare a mezzo mail o sms al Ministero del lavoro prima che inizi la prestazione).

Il cosiddetto lavoro a chiamata, però, oggi incontra dei limiti essendo attivabile in tutti i settori nel caso di soggetti di età inferiore a 24 anni oppure superiore a 55. Al di fuori di questi requisiti anagrafici del lavoratore, il contratto a chiamata può essere stipulato solo per le esigenze individuate dai contratti collettivi. E qualora non ci sia stata attivazione da parte della contrattazione collettiva di riferimento – ad oggi è questo il caso più diffuso in Italia -, le ipotesi di ricorso sono rimesse ancora ad un Regio decreto sulle attività discontinue datato addirittura 1923, che contempla sì mansioni ancora attuali (fattorini, magazzinieri, camerieri e personale di servizio nei pubblici esercizi, commessi di negozio), ma anche mansioni oramai superate (addetti ai gazometri, cavallanti, stallieri, personale addetto alla guardia dei fiumi e dei canali).

Due sono allora i canali per rendere accessibile a tutti i datori di lavoro lo strumento del lavoro intermittente: l’abolizione del limite anagrafico (quindi estensione anche ai soggetti tra i 25 ed i 55 anni e di conseguenza fine del ricorso al decreto del 1923) oppure l’adozione di un nuovo decreto da parte del Ministero del lavoro che aggiorni le attività a carattere discontinuo che possono essere oggetto di lavoro a chiamata recependo ed attualizzando, così, la delega contenuta nell’articolo 13 del Decreto legislativo 81/2015.

Nello  Giannantonio